Ray Ban Collection

Ray Ban Collection

(ndr.: le r sempre pi grandi coi magazzini le scale mobili coi grattacieli sempre pi alti e tante macchine sempre di pi sempre di pi sempre di pi sempre di pi poco, solo per lavoro, ma quando esco vedo la calca per le strade e mi infastidisce. Immagino che, visti dall sembriamo tutti formiche in un formicaio. Con questo non voglio dire che amo alzare lo sguardo sopra di me, per esempio al cielo stellato delle notti d Per carit Tutto quel buio profondo, quell quell di eternit mi disorienta.

allora che misuriamo il bel trionfo di Benigni, la sua abilità a evitare la drammatizzazione a oltranza e la buona coscienza consensuale. Ma il racconto e la memoria della Shoah possono passare per la risata? Se lo è domandato una parte della critica accanita contro una commedia in due atti che rompe l’interdizione in maniera più significativa di Schindler’s List. Benigni non ride di o con la Shoah.

Ci sono molte suggestioni, molte porosità e stratificazioni in quest’opera prima, ma forse troppi sapori diversi in conflitto, per cui non prevale alla fine né il gusto dell’umorismo, né la corposità della solidità narrativa, né il sapore forte della violenza surreale. Anche quando irrompono, la violenza umoristica e la farsa grottesca appaiono sempre in ritardo o troppo prevedibili, come se si volessero consumare in tutta fretta attraverso situazioni preconosciute e senza sconvolgimenti. Gioca con i luoghi comuni e li ribalta, ci fa scoprire attori come Gianpaolo Fabrizio, il “Vespa” di Strisica La Notizia che ci regala un struggente da Mario Merola sofisticato;.

Nemico del già fatto e già visto, curioso fino alla bulimia del diverso e del nuovo, ha conquistato Hollywood, contraddicendo un’Italia che è tutta apparenza e poca sostanza, tutta bei vestiti e sacra famiglia e che poi è squallida, mostruosa, grottesca. Raccontando le poetiche avventure dei suoi protagonisti (solitamente sfruttando la maschera di Toni Servillo che di volta in volta diventa politico, cantante, scrittore, mafioso) crea opere piene di simboli, di amore, di sesso, di morte, che sono continue metafore su tutto ciò che ci circonda: l’esistenza, il potere, l’immoralità, la coscienza, la conoscenza e la nozione del tempo. Quindi, tutto quello che riguarda l’ambigua condizione umana e declinandola verso il sublime.

Da Judith Chemla a Gilles Lellouche, da Vincent Macaigne a Suzanne Clément, passando per Benjamin Lavernhe e William Lebghil, tutti lustrano, fino a lucentezza, il rispettivo registro di predilezione. Interpreti eterogenei, provenienti da orizzonti diversi, ‘mordono’ la Francia odierna, infondendo il senso del titolo originale (Le Sense de la fte). A dirigerli, tra un brano ‘rimaneggiato’ di Eros Ramazzotti e una chanson a richiesta di Fèlix Mayol, è Jean Pierre Bacri.

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